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E non lo dico per fare mera e commerciale pubblicità, dato che a me non viene in tasca nulla. Lo dico perché ci credo.
All’Hangar Bicocca si è aperta una mostra di videoarte. Il titolo è “Collateral” e la tematica affrontata è il rapporto tra il cinema e l’arte. L’argomento è interessante, ma già ci troviamo di fronte a un fraintendimento: quale arte? Quella che viene presa in considerazione nella mostra è esclusivamente l’arte video. E va benissimo. Ma perché non dirlo un po’ meglio? Allora: “Collateral” è una mostra che ha come tema portante il rapporto tra il cinema e la videoarte. E la cosa diventa non solo interessante, ma intrigante: ci troviamo su un confine molto sottile, a mio parere. Cinema e videoarte hanno in comune una cosa fondamentale: il medium. Allora potrebbe essere davvero illuminante vedere come gli artisti del video si pongono nei confronti del cinema: quasi si potrebbe ricreare quella rivoluzione che scombussolò l’arte visiva prima con l’invenzione della fotografia e poi con il cinematografo. Senza dimenticare che, se il cinematografo non fosse stato inventato, non esisterebbe l’arte video…![]() |
Questa idea degli organizzatori di accoppiare gli artisti per le esposizioni, devo dire, funziona (sempre che vengano accoppiati artisti che hanno qualcosa a che fare l’uno con l’altro…). In questo caso è così: Gianni Colombo e Grazia Varisco sono stati esponenti del Gruppo T di arte cinetica e qui presentano alcune loro opere in un dialogo a distanza. A distanza perché, in effetti, lo spazio è stato diviso in due parti ben evidenziate anche dalla dominante cromatica: mentre la parte dedicata a Colombo è dominata da colori scuri, quella dedicata a Grazia Varisco spicca per la luminosità dei pannelli bianchi. La mostra non costa troppo (5.00 € l’intero, 3.50 € il ridotto) ed è aperta dalle 9.30 alle 13.00 e dalle 14.00 alle 17.30 (chiuso il lunedì). In ogni caso, per essere sicuri di non trovarla chiusa, sarebbe consigliabile un colpo di telefono preventivo (si tratta pur sempre di Comune…). Senza spendere troppe noiose parole sulla poetica dei due artisti, basti dire che da questa mostra si esce |
Non so cosa vogliate vedere voi, ma io cercherò di proporre cose che ho visto io. E magari quello che ho visto io piace anche a voi. Discorso senza senso? Può darsi, ma così è. Mostre, eventi e luoghi d’arte conosciuti o meno. Ecco quello che, nel tempo, vi sarà proposto. Sono spunti e qualche indicazione, ma di cose da scoprire ce n’è molte, quindi scarpe da ginnastica ai piedi e buona volontà in spalla che si inizia!
Keith Haring, con la sua attività che ha abbracciato poco più di un decennio, è riuscito a farsi conoscere in tutto il mondo. La sua arte non va fraintesa: le figure che ormai tutti riconoscono come sue, nonostante i colori brillanti e l’apparente linguaggio “da fumetto”, nascondono riflessioni profonde sul mondo, sull’uomo e sull’arte stessa. L’opera artistica ha un valore supremo: è veicolo di messaggi per l’umanità e l’artista è un medium, uno strumento che permette la trasmissione di tali messaggi. Oltre a temi sicuramente allegri, come per esempio l’amore (in tutte le sue declinazioni), oppure, semplicemente, la gioia di vivere, Haring affronta anche, e soprattutto, questioni di scottante attualità: smaschera l’ipocrisia degli WASP (White Anglo-Saxon Protestant) newyorkesi e denuncia la discriminazione razziale; combatte, anche attivamente, contro la sperimentazione nucleare; avverte sui pericoli di un progresso tecnologico, inevitabile e dal quale non si può più prescindere negli anni ’80, che, se gestito male, può portare all’annullamento della personalità (le macchine che pensano per l’uomo); esplicita lo strapotere dei mass-media e di ogni altra forma di sopraffazione psicologica contro la libertà umana (non ultima la religione, sempre connotata da simboli cristiani); affronta e intraprende una dura battaglia contro il consumo delle droghe, a causa delle quali molti suoi amici moriranno giovani (come Jean-Michel Basquiat al quale dedica una grande tela). Tutto questo bagaglio di disvelamenti delle brutture del mondo è comunicato da un linguaggio di immediata decodificazione: i simboli che Haring crea sono delle vere e proprie icone, il suo è un vocabolario di ideogrammi: i suoi lavori viaggiano in tutto il mondo e segni della sua presenza si possono ritrovare ovunque. Dai muri di New York, al muro di Berlino, alle strade del Giappone, fino alla sua ultima opera pubblica, “Tuttomondo”, sul fianco del monastero di Sant’Antonio a Pisa, i suoi geroglifici hanno occupato ogni spazio disponibile. E non solo murales, ma anche oggetti di ogni tipo, come grandi vasi decorati alla maniera dei vasi “a figure” rosse dell’antica Grecia, fino all’apertura del Pop Shop, che vende e riproduce le sue creazioni, secondo quel principio dell’arte “all-over” che deve essere accessibile a tutti, arrivare dappertutto ed essere comprensibile a chiunque. I dieci anni che abbracciano la totalità degli anni ’80 vedono sorgere questa stella, ma la vedono anche spegnersi: senza poter giungere a una fase “matura” della sua ricerca artistica, Haring muore di AIDS il 16 febbraio 1990, a soli 31 anni. Era, però consapevole che la sua opera gli sarebbe sopravvissuta, e quasi ad assicurarsi un posto nella storia, e non solo nella storia dell’arte, fonda, nel 1989, la Keith Haring Foundation, che si occupa ancora oggi dei problemi dei bambini nel mondo e della lotta contro l’AIDS.
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