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Celeb-voyeurismo dilagante e caduta delle Dee del Pop. Tutta colpa di Andy Wharol?

C’éra una volta OGGI. La rivista.
In casa mia non entrava, era Satana, ma la nonna che leggeva solo best-sellers era abbonata.
La domenica pomeriggio, sprofondata nei suoi divanoni in broccato grigio perla, la sfogliavo avida e timorosa. Oggetto anomalo, pericoloso, esotico. Pieno di Stephanie di Monaco in costume olimpionico cangiante-coleottero, languide Ornelle Muti, rivelazioni dalla zia del salumiere di Celentano, indiscrezioni dal parrucchiere di Carrà e Japino. Intorno a me, gli ultimi anni ‘70. La curiosità per le ‘celebrità’ era a suo modo selettiva e relegata a pochi spazi. Poche celebrità in poco spazio. Un’eco delle star hollywoodiane incorniciate in carta patinata, mescolata ai nostri IP (per ora solo Important People) locali, immortalati in foto sgranate, sfocate, dai colori iperreali, con sottotitoli in grassetto, ma leggermente timidi.
Il nostro piccolo nascente gossip italico era casereccio, pecoreccio, provinciale al punto giusto, nato per soddisfare la casalinga di Abbiategrasso (ebbasta con Voghera), la tabaccaia pisana, la nobildonna romana.
Poi, lentamente e inesorabilmente, siamo stati accerchiati dal potente gossip anglosassone.
Dedicato a chi è in bilico tra In the mood for love e CSI.
A chi da piccolo leggeva Linus, sbirciava Valentina, ma soffriva un po’ se, due pagine oltre, Charlie Brown non riusciva ad inviare una ‘Valentina’ alla ragazzina dai capelli rossi.
A chi ha una sana passione per il cinema sud-coreano, ma custodisce morbosamente nel comodino A piedi nudi nel parco e Colazione da Tiffany in dvd.
A chi si incazza perchè il 14 Febbraio non trova un tavolo libero al ristorante.
A chi si sente offeso dal Marketing del Sentimento.
E a chi si porta in giro nella valigetta del lavoro un tapiro di pezza a righe di Muji.
Perchè ci piace tanto essere cinici, ma siamo tutti un po’ mélo, suvvia.
E’ bello essere scelti. Quante volte capita nella vita di essere scelti?
I genitori mica ti scelgono. Arrivi. Per ora non vanno in Corso Vercelli nella Boutique del Feto arredata da I Culti e, tra le tante piccole celle di formalina, indicano col ditino ‘Vogliamo lei, quella lì, KappaKappaGamma, dove c’è scritto femmina caucasica, tratti vagamente orientali, buona dentatura, capelli folti, QI 120, personalità estroversa e dominante, vanitosa, stile di leadership autoritario, stile di comunicazione e apprendimento intuitivo, soffrirà di problemi circolatori dai 35 anni e di artrite reumatoide dai 52 anni’.
Tantomeno tu scegli i genitori, ma questa è un’altra storia.
La scuola è il primo luogo dove puoi essere scelto tra tanti come amico, come migliore amico, come primo della classe, come il più bravo a fare canestro. E lì i ‘babyface’ cominciano ad essere favoriti. I babyface sono quelli che hanno i tratti del viso regolari, di solito occhioni, nasino, bel sorriso, carucci insomma, anche se dietro il dolce visino si cela un potenziale assassino di massa. I babyface anche da adulti saranno sempre leggermente avvantaggiati, se non cadono nel tunnel della droga.

Poi cresci e inizi, con pieno diritto, a cercarti un partner sessuale. Annusi in giro ed entra in gioco il ferormone, scegli e vieni scelto in base a segnali subliminali difficilmente controllabili: l’odore, appunto, o un gesto, il modo di camminare, di osservare un bicchiere vuoto. Ci si sceglie così.
E se i neurotrasmettitori non hanno fatto troppo casino, inizia la fase pavone dove la dialettica verbale e corporea predomina e sei tutto teso verso la conquista, a dimostrare che sei davvero intelligente e interessante, sessualmente attraente, trattenendoti solo per lasciare un po’ di mistero. Senza perdere il contatto visivo, lasci distrattamente intravvedere i punti forti del tuo corpo - seno/caviglia/nuca/mani/culo - e tenti di nascondere o camuffare il tuo lato oscuro, le manie, tutti quei raccapriccianti aspetti della tua personalità che hanno massacrato il rapporto precedente. Se la fase pavone funziona è ormai chiaro che sei stato scelto e si entra nella fase ormone sciolto, vai con la dopamina, che ti toglie ogni facoltà razionale e ti lascerà inebetito almeno per un paio di mesi.
Mi capita di scegliere letture inconsciamente convergenti. Questo è il periodo del senso del corpo femminile, dei canoni di bellezza imposti e delle condizioni della donna tra Oriente e Occidente. Credo. Temi leggeri. C’è un nodo. Formulo addirittura pensieri complessi e articolati, ma la grande teoria non emerge. Solo dicotomie un po’ bloccate.

• Donne naturalmente rotonde e velate nei paesi islamici e induisti. La shari’a – che ha valore di legge - impone il chador alla donna nei luoghi pubblici. Lo spazio pubblico è riservato all’uomo, al maschile. La donna e il femminile sono relegati nello spazio privato. Coprire il capo nei luoghi pubblici è il modo per accedere alla strada, alla piazza, all’educazione e alle professioni, finalmente possibili, e mescolarsi con i passanti, gli uomini, i turisti occidentali, il commercio. Uscire dall’Harem. Il corpo della donna nell’Islam di oggi fa ancora paura. Fatema Mernissi, marocchina, in ‘L’Harem e l’Occidente’ (Giunti, 2000) sostiene che l’Islam storicamente vede nel femminile un doppio rischio: quello della seduzione della parola e quello della seduzione del corpo. La donna è l’Altro, il suo cervello e il suo corpo fanno paura. La donna ha le ali, ma l’uomo la chiude nell’harem per non farla volare. Fatema legge Kant e capisce che in Occidente bellezza e intelligenza non possono coesistere in una donna. Lo dice l’uomo. Nell’India induista di oggi, il corpo della donna è ugualmente celato. Le abluzioni sacre si fanno con il sari addosso (occidente: non è sexy per noi un corpo vestito e bagnato? Vecchio calendario di Max della Canalis con la classica camicetta di cotone bianco leggero bagnato), la turista occidentale deve coprire il proprio corpo per rispetto del senso del pudore locale, per non offendere e non essere offesa dalla cultura ospite. Cultura decisa dall’uomo.
Che viaggiatore sei? All Inclusive o All Exclusive?
Da sintomi forti e chiari IO appartengo alla seconda categoria, fin dalle origini: ultimo villaggio Valtur con la mamma a 13 anni (che disse ‘Mai più in viaggio con te, non ti vedo mai, stronza’, solo perchè mi ero innamorata a turno del maestro di tennis, dell’animatore scemo del Mini-Club e del capo-animatore colto e maturo da Poggibonsi, scalando sentimentalmente la gerarchia del villaggio), InteRail a 16, mai entrata in un’ agenzia di viaggi e - dall’ era Internet - mai usato pacchetti Expedia e Travelprice, giuro, intendo quelli volo+albergo+macchina+ristorante+abbonamento mezzi pubblici urbani ed extra-urbani+guida locale.
Se sei un All Exclusive Compulsivo come me, nel Web frequenti invece luoghi estremamente selettivi, spesso anglosassoni, come:


Mai visto una sfilata prima, se non considero le mie due esperienze di modella sedicenne con gamba lunga e ginocchio valgo nel profondo Nord (ricompensa media: un maglione della Seventy). Ma quelle vere, con le modelle vere, i flash, l’aria satura di glamour, il designer che appare di sfuggita finto-schivo, quelle mai. Nel mio ruolo di intrufolata speciale per un magazine inglese (quanto suona figo), durante il Milan Fashion Week per la Primavera-Estate 2006, ho potuto finalmente assaporare l’esperienza ben cinque volte. Non è stata proprio una cosa seria, perchè i report li scriveva ogni notte la vera Fashion Editor, che di esperienze se ne è beccate una cinquantina. Io ho piuttosto raccattato qualche invito per la stampa ‘spare’, rimasto casualmente libero. Così ho imparato un pò di cose, che renderanno la mia esistenza più consapevole.
Prima di tutto, alle sfilate non si deve arrivare puntuali e bisogna saper adattare il proprio look e mood all’evento e...a se stessi. Per la mia prima volta, in un grigio, umido, pallido martedì mattina quasi autunnale, inizio il rituale preparatorio all’alba per uno show delle 11:00, tutta agitata, timorosa di commettere passi falsi sul terreno look&mood. Elaboro una strategia molto intelligente: la cosa migliore è fare la distaccata, simil-navigata, non me ne frega tanto-tanto. Quindi: mise tra l’understatement e il fashionistas (attenzione: non si dice più fashion victim), no trucco, occhialone alla Anna Wintour (direttrice di Vogue America detta Boa Constrictor), taxi, aria ‘sono altrove’, finto professionale. Purtroppo non ho previsto l’elemento tempo, fondamentale: alle 11:00 am precise precise mi ritrovo di fronte ai men in black/buttafuori di Pucci (che poi ho scoperto essere sempre gli stessi dappertutto, forse sono dipendenti comunali). Sola, o quasi. Sfoggiando la mia aria ‘sono altrove’ esibisco l’invito azzurro perlato e in cambio ricevo la prima umiliazione.
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