gli INGEGNI IMPAZIENTI della

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venerdì, 28 marzo 2008
Workshop di Regia cinematografica
L'ospite del nostro blog questa volta è Giacomo Gatti pronto a tenere come ogni anno il suo rodatissimo workshop di regia L'uomo con la macchina da presa alla Macchina dei Sogni.

Cosa ci si deve aspettare dal tuo corso di regia?
Vorrei riuscire a sollevare una grande curiosità e voglia di agire… per me il corso dovrebbe iniziare a fine corso. Il cinema, la regia è un lavoro molto PRATICO. Prima è nato il cinema, poi le scuole di cinema, il cinema si impara facendolo.

Quindi niente teoria?
Tutt’altro, la teoria è un passaggio importantissimo, perché aiuta a vedere i film con occhi diversi da quelli di un comune spettatore, però il mio corso è finalizzato all’azione. Il regista è prima di tutto colui che riesce a dare concretezza alle immagini che gli passano per la mente, per questo il primo compito che do è trovare il materiale per girare il proprio corto di esercitazione e girarlo.

Metterai gli studenti di fronte alla cruda realtà degli ostacoli pratici?
Diciamo che chi intraprende questa strada dev’essere armato di forza ed energia inesauribile, uno si deve dire “so che è impossibile farlo e quindi lo faccio”. Nel cinema c’è l’equivoco che chi è creativo può realizzare un film, invece non basta. Come nell’architettura: oltre alla creatività serve un progetto preciso, il coordinamento di varie squadre di lavoranti, un investitore che finanzi il progetto… Quindi l’aspetto visionario è necessario ma insufficiente. Poi se uno ci crede i soldi si trovano sempre. Olmi una volta mi ha detto:”Avere in mano un progetto vuol dire avere in mano il futuro.”

Ci racconti il tuo incontro con Ermanno Olmi?
Le nostre strade si sono incrociate alla Falck di Sesto San Giovanni. Olmi è stato chiamato da Renzo Piano per documentare la riconversione dell’area ex-industriale milanese e io avevo girato anni prima i miei cortometraggi proprio in quelle fabbriche dismesse. Gli sono piaciuti i miei lavori e così è iniziata una collaborazione che poi si è sviluppata anche su altri progetti. Mi ritengo fortunato.

Infine, la cosa di cui vai più fiero come regista?
Direi che vado fiero di essere riuscito a fare dei cortometraggi che mi rappresentano. Di aver trovato la forza di farlo. Il consiglio che do sempre a tutti, anche a me stesso da quando ho 12 anni, è quello di superare tutti i “lascia perdere” e gli ostacoli invalicabili che trovi sulla tua strada, che sono tanti, e andare avanti.

Cerino incendiato dall'ingegno impaziente di lio , incontri
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martedì, 19 febbraio 2008
Giornalismo cinematografico
E’ la volta di Mauro Gervasini, che terrà il corso dall’impegnativo titolo Gocce di inchiostro su pellicole roventi, per il 3° anno consecutivo alla Macchina dei Sogni. Il ciclo di 10 lezioni si propone di illustrare in maniera articolata tutte le possibilità dello "scrivere di cinema". Chiediamo a Mauro che sorprese ci riserverà quest’anno.

Come imposterai il tuo corso di giornalismo cinematografico?
Ormai siamo al 3° anno e la struttura è ben rodata, però non mancheranno evoluzioni importanti. Oltre a esplorare, come negli anni passati, le forme di scrittura e promozione cinematografica legate alla stampa (giornali generalisti e di settore), al web (siti dedicati al cinema) e agli uffici stampa, approderemo al mondo della radio. Prima novità. La seconda novità è un viaggio nell'universo delle strategie di comunicazione e promozione del film NON squisitamente cinematografiche.

Tipo The Blair Witch Project?
Più o meno…ma basta guardare un film appena uscito nelle sale che si intitola Cloverfield: è stato promosso solo attraverso Internet e con tecniche specifiche alternative come il viral marketing. Ne parleremo al corso. Verrà un ospite che si occupa professionalmente di questo tipo di promozione, Alessandro Folador, che ci introdurrà questo ulteriore ambito della scrittura cinematografica e di promozione del cinema. Personalmente parto dal presupposto che oggi è talmente difficile fare il giornalista culturale che più si allarga lo spettro della conoscenza dei modi di comunicazione e meglio è per la formazione personale.

I partecipanti saranno impegnati a scrivere?
Sì. Come gli altri anni ci saranno le due prove standard, ossia una recensione scritta e un articolo di presentazione. Poi dopo la lezione di case study dedicata all’analisi dettagliata di un film si potrà scrivere, questa volta in modo facoltativo, una riflessione sul film analizzato.

Se parliamo di te, quale attività ti ha dato più gusto?
Be’, il mio cuore batte per Film Tv, senza dubbio. Però ultimamente ho curato insieme a Federico Roncoroni una raccolta di saggi dal titolo Come il maiale. Piero Chiara e il cinema. Contiene saggi di Paolo Mereghetti, Alberto Pezzotta, e un trattamento inedito dello stesso Chiara. Devo dire che è stato appassionante.

Cerino incendiato dall'ingegno impaziente di lio , incontri
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venerdì, 08 febbraio 2008
Scatola di Montaggio
Ed ecco a voi Tommaso Feraboli, montatore cinematografico, terrà anche quest’anno il Workshop di Scatola di Montaggio alla Macchina dei Sogni. Da domenica 2 marzo per tre week-end sarà tutto nostro! Approfittiamone.

Cosa ci racconterai al workshop?
Vi racconterò come si entra in una sala montaggio, come si organizza la sala, come arriva il materiale da montare e come è meglio organizzarlo e infine come si monta.

Più teoria o più pratica?
Entrambe. Un po’ di teoria cinematografica ci vuole e poi chiederò agli allievi di fare da montatori mentre io farò il tecnico per loro. Perché concentrarsi su come far funzionare Avid fa disperdere troppe energie che devono essere impiegate nelle scelte di montaggio. Lo scopo del corso è imparare cosa si deve fare di fronte a tante immagini da mettere insieme: scelte continue di stile, di modo, cosa tenere, cosa buttare.

Cosa farai tu e cosa Giacomo Gatti?
Giacomo, in quanto regista, analizzerà il linguaggio cinematografico dal punto di vista del montaggio naturalmente. Io spiegherò le parti più tecniche e farò vivere in pratica ciò che Giacomo ha spiegato in teoria.

Quale lavoro ti ha reso più fiero?
Be’, come montatore capita di lavorare con tanti tecnici e creare un bel rapporto di lavoro con loro è già di per sé una soddisfazione. Artisticamente sono molto contento dei miei cortometraggi, che ho montato solo per il gusto di farlo. Non ti dico i titoli ma si trovano inserendo il mio nome su IMDB.

Quali film consigli di vedere per arrivare preparati al Workshop?
Into the Wild e American Gangster. Propongono due linguaggi differenti tra loro, due stili di montaggio molto diversi ma la resa è ugualmente esemplare.
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giovedì, 24 gennaio 2008
Trailers & Manifesti
Max CrociDa buoni blogger abbiamo scucito un’intervista via e-mail al mitico Max Croci, ossia colui che terrà la prossima lezione-evento della Macchina dei Sogni che avrà luogo giovedì 31 gennaio dale 19.30 alle 22.30 presso la nostra sede. Inutile un’ulteriore presentazione: leggiamo cosa ci ha raccontato de sé e di cosa ci dirà.

- Ci faresti una breve anticipazione di cosa dirai all'evento speciale?
Parlerò dell'aspetto più commerciale della produzione di un film: la sua promozione. Si potrebbe ricostruire la storia del cinema - soprattutto quello americano - attraverso i manifesti cinematografici e i "prossimamente" che un tempo venivano proiettati nelle sale e che oggi affollano tv e internet. Prenderò in esame molti classici hollywoodiani.
Come venivano "venduti" al pubblico?
C'erano regole da seguire per creare un'immagine accattivante?
Chi ha creato le immagini pubblicitarie dei film che ancora oggi sono di riferimento?
Come si costruiva il trailer perfetto?
Come veniva adattato un trailer negli altri paesi?
Quanto e come è cambiata la promozione di un film?
Tra gli esempi più curiosi mostrerò trailers costruiti come cortometraggi, "prossimamente" strutturati come "making of" e trailers con testimonial d'eccezione come il regista stesso (vedi Hitchcock) o l'autore del romanzo da cui il film è tratto.

- Qual'è stato il tuo percorso artistico? La regia è sempre stato il tuo sogno?
Il mio percorso "artistico" inizia proprio dagli studi artistici e dall'immagine disegnata: illustratore e art director per la pubblicità. Ma è vero: il cinema è sempre stata la mia passione e ho realizzato il mio sogno nel '95 con un ironico cortometraggio, "Queen Be".
Poi sono arrivati altri corti (con il 2007 siamo a 12), molti spot pubblicitari e la tv: i documentari per Sky (Italia 70, il cinema a mano armata, L'Italia dei generi, Eros e cinema, Tracy&Hepburn e molti altri) e la sit-com "La strana coppia" con Luca&Paolo.

- Come hai iniziato a interessarti al mondo dei trailers? (E puoi scriverci per favore la pronuncia corretta di questa parola inglese che crea così tanti problemi agli italiani. Grazie!)
L'immagine grafica che accompagnava i film degli anni '50 ha da sempre esercitato su di me fascino e desiderio di emulazione, ai tempi del liceo ridisegnavo le mie locandine preferite. Ho scoperto invece il mondo dei trailers grazie a una maratona notturna di Italia 1 (temo fossero i primi anni '90...) e come prima cosa io e un mio amico abbiamo ridoppiato in chiave demenziale quello di "Viale del tramonto".
Allora non era facile recuperare o vedere i "prossimamente" (giusto in America erano presenti in qualche VHS a edizione speciale). Con la nascita dei DVD i trailers sono praticamente un bonus fisso per tutte le edizioni e questa è una meraviglia, non trovate?
Quanto alla pronuncia... Dovrebbe essere "tre(i)ler", all'americana. Vi rimando comunque a questo magnifico sito dove avraete la possibilità di sentirlo pronunciato perfettamente sia in inglese-USA che UK: www.wordreference.com/enit/trailer

- Perché ti definisci pigro?
Perché amo oziare davanti alla tv con un film e perché rimando sempre a domani quello che potrei/dovrei fare oggi.
Un esempio?
Non ho ancora scalettato tutti i trailers che intendo mostrarvi...
Cerino incendiato dall'ingegno impaziente di lio , incontri
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lunedì, 12 marzo 2007
Una serata davvero HORROR!
Un post di trascrizione: appunti di una lezione (col valore aggiunto delle note ipertestuali)
di Giampiero Raganelli

Alberto Pezzotta, critico da tanti anni sulla cresta dell’onda, autore di importanti saggi su Mario Bava, Damiano Damiani, sul cinema di Hong Kong e coautore delle memorabili minirecensioni di Vivimilano, ha intrattenuto il folto pubblico della Macchina dei Sogni con un’interessante conferenza. Tema della serata: il cinema di genere italiano da La maschera del Demonio (1) di Mario Bava (2) (1960) a L’uccello dalle piume di cristallo (3) di Dario Argento (4) (1970).
Alberto inizia citando lo storico saggio di Todorov (5) sul fantastico: una storia può definirsi fantastica solo quando non ha spiegazioni né naturali (altrimenti rientra nell’ambito dello strano) né soprannaturali (viceversa siamo nel campo del meraviglioso).
La maschera del demonio (1), prima importante regia per Mario Bava (2), rientra nel meraviglioso. Già dalle prime sequenze di questo film, tratto dal racconto Il Vij di Gogol (6), si possono vedere alcune delle caratteristiche della regia di Bava: un uso della profondità di campo (7) degno di Wilder (8); lunghi carrelli di stampo classico (nello stile di Ophüls (9) e di Cocteau (10)); ricorso allo zoom (tecnica adottata per la prima volta in Italia da Rossellini (10) in Era notte a Roma (11)).
La sua consapevolezza autoriale si rivela in un omaggio a Murnau (12): una sequenza con una carrozza che attraversa un bosco, girata in ralenti, ne richiama una analoga del Nosferatu (13), dove al contrario la scena era accelerata: la citazione non è quindi letterale.
La maschera del demonio è circolato fino a poco tempo fa in una copia con un rullo montato per un errore in un punto sbagliato: il risultato era una scena diurna inserita in un contesto notturno. Ciò ha dato origine ad una serie di fraintendimenti come da autocritica di Pezzotta che, nel suo Castoro su Bava, parlava di logica temporale estranea a quella naturalistica: “Nel film di Bava è giorno e notte contemporaneamente. Non solo: molte sequenze sembrano bagnate da una luce senza ora, una luce onirica come quella del sogno di Il posto delle fragole (14) di Bergman (15) o di La bella e la bestia (16) di Cocteau (8)”. La corretta successione delle scene è stata ripristinata nelle recente edizione italiana in dvd.
La maschera del Demonio (1) fu accolto molto male dalla critica italiana, al contrario di quella francese; darà il via al filone dell’horror italiano, con una ventina di titoli tra il ’60 e il ’66. Star incontrastata del genere l’attrice, di origine inglese, Barbara Steele (17), nonostante i suoi tentativi di uscire dal cliché (ebbe una parte in 8½(16), ma sarà usata da Joe Dante (18) in Piranha (19) come omaggio a quella stagione fortunata del cinema gotico).
Bava però non prosegui subito nel filone da lui inaugurato, ma realizzò un peplum, Ercole al centro della terra (20), un film di ambientazione vichinga, Gli invasori (21), un fantasy, Le meraviglie di Aladino (22).
Fu inoltre assistente di Raoul Walsh (23) per Esther e il re (23). Nel 1963 realizzò La ragazza che sapeva troppo (25), thriller giallo-rosa che costituisce l’archetipo del thriller all’italiana. Tornerà all’horror con La frusta e il corpo (26), e I tre volti della paura (27).
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mercoledì, 08 marzo 2006
Gocce d'inchiostro su pellicole roventi
L’universo del giornalismo cinematografico in cinque puntate, a cura della Macchina dei Sogni
Intervista a Mauro Gervasini, coordinatore didattico del corso
Scrivere di cinema: uno dei sogni più ricorrenti per gli appassionati della settima arte.
Chi non ha fantasticato, almeno una volta, sulla possibilità di diventare giornalista cinematografico?
E’ questo il tema del prossimo corso organizzato dalla Macchina dei Sogni, a partire dal prossimo 6 aprile, che ha come obiettivo quello di individuare e esplorare le possibili forme di comunicazione intorno al cinema. Alla guida dei cinque incontri che costituiscono il corso, Mauro Gervasini, giornalista, redattore di Film Tv, Nick, Dvd Cult, grande appassionato di “polar”, il poliziesco alla francese, di cui ha scritto diffusamente e parlato l’anno scorso proprio alla Macchina dei Sogni. Gervasini, che collabora anche con Radio Popolare, Segnocinema e Nocturno Cinema, tra il 1994 e il 1997 è stato membro del comitato di redazione di Duel, oggi Duellanti, il mensile di cultura intorno al cinema creato da Gianni Canova.
La Macchina dei Sogni lo ha incontrato per raccontare, in anteprima, quali saranno le linee guida del corso: «Mi piacerebbe soprattutto che si capisse che il giornalismo cinematografico ha una sua specificità e una sua dignità, nonostante parta dagli stessi presupposti che regolano altri ambiti dell’informazione, come la cronaca, o lo sport. Ma soprattutto vorrei fosse chiaro che si tratta di qualcosa di molto diverso dalla critica, di cui parleremo ma sulla quale non ci focalizzeremo».
- Non ci potremo esercitare con recensioni e stroncature, dunque?
Naturalmente dovremo affrontare anche il tema delle recensioni, ma non nello specifico. Cercheremo piuttosto di imparare le regole del giornalismo cinematografico, e di capire quali sono gli ambiti di applicazione dello stesso, dalla carta stampata, a internet, alla promozione.
- Ci sarà un incontro dedicato agli uffici stampa?
Si, e per l’occasione avremo l’onore di ospitare Lorena Borghi, una delle più quotate professioniste del settore. Ho pensato che fosse importante affrontare l’aspetto della comunicazione sul cinema, perché le opportunità di lavoro nel giornalismo non sono infinite, quindi è giusto parlare dell’addetto stampa come possibilità professionale in questo mercato.
- Il corso prevede anche un altro appuntamento con un esperto...
Incontreremo Ezio Alberione, con il quale affronteremo il caso “Duellanti”, di cui è curatore. Ho voluto inserire questa testimonianza nel corso per parlare dei giornali di nicchia e in particolare di questo mensile che rappresenta una voce molto speciale nel panorama dell’informazione cinematografica e, tra l’altro, è stato oggetto di una serie di polemiche da parte delle altre testate specializzate italiane.
- Si parlerà anche di informazione cinematografica in rete?
Di fatto la rete non è che un supporto diverso dalla carta, ma i contenuti non cambiano. Va però affrontato il tema dell’autorevolezza dell’informazione fatta sul web, che spesso è realizzata in forma volontaria e gratuita, con tutti i limiti che questo comporta. Vi sono però delle webzine molto interessanti, di cui vale la pena parlare.
- Il corso prevede anche una parte dedicata alle esercitazioni pratiche?
Certamente, anzi, partiremo subito con una serie di temi da sviluppare, in formati e lunghezze diverse. Cercheremo di sviluppare sia la capacità di realizzare un articolo ampio, di almeno due cartelle, e la sintesi, preparando pezzi di 500 battute. Soprattutto è importante saper sintetizzare: questo, in tutti i campi del giornalismo.
 
UPDATE 6-4-2006: Ezio Alberione non potrà essere con noi. Con grande tristezza abbiamo saputo che è venuto a mancare all'affetto dei suoi cari. La sua penna sopraffina ci mancherà molto e soffriamo nel sapere che non potremo piu' incontrarlo.
Cerino incendiato dall'ingegno impaziente di incontri, silvia antonini
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mercoledì, 08 marzo 2006
Perché amo il cinema di Hong Kong
Alberto Pezzotta racconta e si racconta
Sguardi impenetrabili e un’incomprensibile codice d’onore, arti marziali e combattimenti, storie sanguinose di criminali senza pietà. Più o meno è questo l’immaginario di cui è avvolto il cinema dell’estremo Oriente, soprattutto per lo spettatore occidentale che fatica a comprenderne i linguaggi, e nonostante ciò resta profondamente affascinato dalle malie della cinematografia con gli occhi a mandorla.
Si potrebbe chiamare “call of the East”, più o meno quello che ha catturato l’interesse di uno dei critici cinematografici più quotati del panorama italiano. Alberto Pezzotta, classe 1965, autore di un glorificato saggio sulla regia di Damiano Damiani, edito dalla Cineteca del Friuli, insieme a una lunga serie di libri di cinema. Giornalista del Corriere della Sera, oltre che di una quantità di pubblicazioni specializzate tra cui Ciak, collabora al Dizionario Mereghetti, alla Storia del cinema mondiale, e italiano. Si occupa anche di traduzioni letterarie. La Macchina dei Sogni l’ha incontrato lo scorso 23 febbraio in qualità di esperto del cinema di Hong Kong e qui, in una intervista esclusiva, racconta come ha coltivato la sua grande passione.
- Come hai cominciato a studiare il cinema del Far East, e in particolare perché ti sei focalizzato su Hong Kong?
Negli anni 80 erano pochi i film di Hong Kong che arrivavano nelle sale italiane, come Storie di fantasmi cinesi, che penso sempre sia bellissimo. Si intuiva appena che universo ci fosse dietro. A farmi venire voglia di approfondire penso sia stato il numero Made in Hong Kong dei Cahiers du Cinéma del 1984 e curato da Olivier Assayas, letto con qualche anno di ritardo, e le testimonianze sempre più entusiaste di Martin Scorsese e Walter Hill sul regista di The Killer (John Woo, ndr). Poi, nei primi anni ‘90, ho cominciato a conoscere altri coetanei e ragazzi più giovani con la stessa passione, spesso di estrazione molto diversa. Veniva spontaneo avvicinarsi a Hong Kong perché era molto facile trovare i vhs con i sottotitoli inglesi, al contrario che con il cinema giapponese. E poi, certo, la sintonia e l’affinità elettiva con i tanti generi di quel cinema man mano scoperti: prima i noir di Jhon Woo, i fantasmi e i wuxiapian, poi gli autori della new wave, poi Wong Kar-wai (nel 1994 a Locarno nessuno si era filato Chungking Express...), poi le commedie e i film comici di Stephen Chiau... Gli unici film che non sono mai riuscito ad amare sono quelli di Bruce Lee.
- Come coltivi questa passione? Viaggi, fai ricerca, hai incontrato degli autori che ti hanno colpito?
A Hong Kong sono stato solo due volte, prima e dopo l'handover. L'intervista più bella l'ho fatta con Anthony Wong nel bar di un albergo: non avevo idea di che persona potesse essere l'attore che interpretava il serial killer di Untold Story (regia di Danny Lee e Herman Yau, ndr), ero anche un po' in apprensione. Ero il secondo occidentale che lo intervistava, era scatenato e me ne ha raccontate di tutti i colori sui piani bassi del cinema di Hong Kong. Seguire le novità, nell'era di internet, è facile, comprare dvd è facile e relativamente econonico. E poi in Italia c'è il Far East Film Festival di Udine che ha fatto tanto per diffondere la conoscenza di questo cinema.
- Qual è il genere che preferisci e perché?
Il wuxiapian di King Hu per me è una delle vette del linguaggio filmico di tutti i tempi. Mai visto un montaggio così geniale applicato a una poetica della meraviglia e della pesantezza della realtà. Tsui Hark e Patrick Tam, due dei miei registi preferiti, vengono da lì.
- Da qualche parte ho letto una tua critica alla critica cinematografica. E' veramente inutile? Per te che cosa significa fare il critico? Tra l'altro a breve presso la Macchina dei Sogni comincerà un corso di giornalismo cinematografico. Vorrei sapere qual è la tua opinione sull'informazione legata al cinema oggi, e come pensi che dovrebbe essere.
Più che inutile mi sembra ininfluente nell'industria mediatica contemporanea, e i caporedattori dei giornali l'hanno capito, o forse ne sono stati la causa riducendo gli spazi? Oggi di cinema sui giornali si parla male, in modo superficiale, e spesso nel posto sbagliato. Nelle pagine degli spettacoli si scrive di televisione, in quelle di cronaca compare il box su "i film che parlano della pena di morte" e simili. La critica vecchio stile è sostituita dalle anticipazioni e dai pezzi di colore, spesso fatti da chi non ha ancora visto il film. Quanto a cosa significa fare il critico, risponderei: essere pagati per andare al cinema! È un privilegio. che poi si dovrebbe cercare di utilizzare in modo socialmente e politicamente utile, difendendo i deboli, combattendo i potenti, aprendo gli occhi a chi legge sulla mediocrità che ci circonda.
- Tu fai anche il traduttore di opere letterarie. Che tipo di libri hai tradotto? Ti viene mai voglia di intervenire sui testi che traduci? E se sei autorizzato a farlo, come riesci a rispettare comunque il testo?
Ho tradotto romanzi di Barry Gifford, Hanif Kureishi, Harry Crews, James Dickey, Mary Woronov, Derek Raymond. Ho cercato di tradurre libri con cui fossi in sintonia. Ti viene voglia di intervenire sui libri brutti, ma non puoi e non devi. Al massimo smorzi un aggettivo, sveltisci un periodo. Non di più.
- Quale tra le tante attività di cui ti occupi, consiglieresti al tuo miglior amico? E quale al tuo peggior nemico? Perché?
Vedere i film che escono in sala senza poter scegliere è spesso avvilente. Meglio che lavorare in catena di montaggio, ma il senso di espropriazione del proprio tempo è grande. Tradurre è bello ma pagano troppo poco. Non è che gli editori siano cattivi, è che il mercato librario italiano è troppo piccolo.
Cerino incendiato dall'ingegno impaziente di incontri, silvia antonini
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