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Introduzione | Prima Parte: Presa diretta in difficoltà: TV e giornali
Introduzione
Quando, nel settembre del 2003, ho iniziato da Milano il mio viaggio attraverso il territorio balcanico, non avrei mai sospettato di andare incontro ad emozioni così diverse. Forte di milioni di immagini di film, di stereotipi ben saldi e di uno studio abbastanza approfondito sulla guerra, mi vedevo già immerso nel mio ruolo di osservatore distaccato del conflitto. Neanche lontanamente potevo immaginare che la mia corazza di inchiostro e fotogrammi si sarebbe sciolta di lì a poco, lasciandomi in balia di sensazioni mai provate prima. Ero cosciente che la visione dei postumi di una guerra mi avrebbe reso inquieto, non avendo mai vissuto in prima persona una tale esperienza. Non mi aspettavo però di rimanere stupito e completamente inerme di fronte a uno spettacolo di tale portata. Uno spettacolo “nero” e carnevalesco, ecco come mi è apparso il dopoguerra slavo; una farsa in cui antagonisti e protagonisti si scambiano rispettivamente i ruoli, lasciando dominare su tutto un forte senso di precarietà. Non si hanno vincitori né vinti e neanche buoni o cattivi, come succede quasi sempre nelle guerre, ma soprattutto manca l’unico elemento fondamentale per qualsiasi studio critico: il perché.
Dopo centinaia di chilometri percorsi su una Passat cigolante e una buona dose di interviste nelle mani, non sono riuscito a capire il vero motivo del conflitto. Un bel giorno una nazione multietnica e multireligiosa si sveglia, e decide di implodere. Popolazioni vissute per secoli fianco a fianco, condividendo la stessa terra e le stesse tradizioni; in un attimo trovarsi fratello contro fratello, imbracciare armi e trucidarsi senza pietà. Senza una vera motivazione di base, sia essa religiosa, politica o economica, una ragione che possa spiegare con forza i crimini commessi. Tante le teorie che cercano di spiegare perché il calderone Jugoslavia sia esploso, molte le ho riportate qui dentro, nessuna mi ha soddisfatto pienamente. In mio soccorso, allora, sono ritornate le mie amate immagini dei film, da Manchevski a Paskaljevic, riviste però in veste nuova, sotto una nuova luce e dense di ben altri significati. Stranamente le sequenze più ermetiche e oniriche, al ritorno dal viaggio, erano diventate quelle con più significato, quelle che riuscivano appieno a testimoniare l’insensato orrore perpetratosi oltre il confine italiano.
Ho capito che il mio studio non doveva soffermarsi sul cercare un senso ai vari film, trovare una logica alle sequenze e alle trame ideate dai vari registi e sceneggiatori balcanici; mi sono lasciato trasportare, assecondando le loro opere e mettendo in risalto la loro bellezza e incompiutezza. Se un fenomeno non ha spiegazione, mi sono detto, è inutile fornirne una di seconda mano; se la realtà è inconcludente, tutto ciò che posso fare è evidenziare questa precarietà di senso, accentuarne i punti interrogativi, colorarla di tinte scure e forti. Scrivendo ho attinto a piene mani dagli stati d’animo vissuti durante l’esperienza: ho associato l’ironia amara dei tassisti di Sarajevo alle considerazioni su Angelopoulos, l’impossibilità di scattare foto per disgusto (quando la reflex ti impedisce di schiacciare il tasto) al commento su Winterbottom, le risate per le barzellette metà in italiano e metà in tedesco alla spensieratezza zigana di Kusturica, ed ancora il senso di inquietudine, l’amarezza, la paura, tutte le emozioni appena rintracciabili lungo le pagine di questo lavoro.
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I racconti dei macchinisti della Macchina dei Sogni
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