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domenica, 04 dicembre 2005
MILANO FASHION WEEK
Posologia, effetti collaterali, interazioni, sovradosaggio

Mai visto una sfilata prima, se non considero le mie due esperienze di modella sedicenne con gamba lunga e ginocchio valgo nel profondo Nord (ricompensa media: un maglione della Seventy). Ma quelle vere, con le modelle vere, i flash, l’aria satura di glamour, il designer che appare di sfuggita finto-schivo, quelle mai. Nel mio ruolo di intrufolata speciale per un magazine inglese (quanto suona figo), durante il Milan Fashion Week per la Primavera-Estate 2006, ho potuto finalmente assaporare l’esperienza ben cinque volte. Non è stata proprio una cosa seria, perchè i report li scriveva ogni notte la vera Fashion Editor, che di esperienze se ne è beccate una cinquantina. Io ho piuttosto raccattato qualche invito per la stampa ‘spare’, rimasto casualmente libero. Così ho imparato un pò di cose, che renderanno la mia esistenza più consapevole.
Prima di tutto, alle sfilate non si deve arrivare puntuali e bisogna saper adattare il proprio look e mood all’evento e...a se stessi. Per la mia prima volta, in un grigio, umido, pallido martedì mattina quasi autunnale, inizio il rituale preparatorio all’alba per uno show delle 11:00, tutta agitata, timorosa di commettere passi falsi sul terreno look&mood. Elaboro una strategia molto intelligente: la cosa migliore è fare la distaccata, simil-navigata, non me ne frega tanto-tanto. Quindi: mise tra l’understatement e il fashionistas (attenzione: non si dice più fashion victim), no trucco, occhialone alla Anna Wintour (direttrice di Vogue America detta Boa Constrictor), taxi, aria ‘sono altrove’, finto professionale. Purtroppo non ho previsto l’elemento tempo, fondamentale: alle 11:00 am precise precise mi ritrovo di fronte ai men in black/buttafuori di Pucci (che poi ho scoperto essere sempre gli stessi dappertutto, forse sono dipendenti comunali). Sola, o quasi. Sfoggiando la mia aria ‘sono altrove’ esibisco l’invito azzurro perlato e in cambio ricevo la prima umiliazione.

Il man in black n.1 mi sorride leggermente schifato (Chi è questa?) e, guardando l’orizzonte, sussurra ‘Non abbiamo ancora aperto’. Ah. Marcia indietro. Nei successivi trenta minuti iniziano ad arrivare piano piano, a grappoli, bizzarri personaggi sia da fuori (dalle altre sfilate) che da dietro le quinte, a formare gli schieramenti di una sottile linea rosso carminio. Perchè di piccola battaglia si tratta, quella di Io Entro, Tu No. Nel frattempo, affrontando meno spavalda il man in black n.2, scopro che il mio invito è Standing: in piedi, sinonimo di feccia della feccia, di chi insomma entra per ultimo, se gli va bene. Nei successivi quarantacinque minuti vedo cose che mi segneranno per sempre:

  • Giornaliste dall’aria triste umiliarsi ripetutamente davanti ai boys e alla retroguardia difensiva di PR, assistenti, Pucci girls, spiegando in varie lingue che ‘sì, non ho l’invito ma...’, per poi venire liquidate pubblicamente dal guardiano di porta – un incrocio tra Fini e Platinette – con un secco erremosciato ‘La sua rivista non è stata invitata e lei non è gradita’.
  • Piccole donne della Milano bene con camicettina azzurra da educanda affacciarsi alle transenne e chiedere, aggressive-passive, pure erremosciate, ‘Sono...Ludmilla Della Gherardesca e queste sono le mie cugine Alfonsa e Agata, posso cortesemente parlare con Paola, non abbiamo l’invito ma ieri ho parlato con Amelia e...’, ricevere con inchino da Fini-Platinette un viscido ‘Ma certo, prego, da questa parte, ci mancherebbe..’.
  • Le stesse giornaliste tristi tornare alla carica per nulla scosse dallo sputtanamento collettivo, afferrare per la manica di chiffon un’assistente dell’assistente e sussurrare ‘Ciao Carla, cara, non ho l’invito, lui non mi fa entrare..’ e venire finalmente accolte con un ‘Ma scherzi? Certo, passa di qua, non farti vedere..’.
  • Proprietarie di boutiques multi-brand emiliano romagnole, in stile albero di natale, con addosso tutto l’oro che un corpo umano può portare e forse di più, restare per due ore in fila dalla parte Standing (cioè al mio fianco), sfavillanti maiali sui tacchi, e per tutto il tempo grufolare ‘Ma socc’, ma coscia sctiamo aspettando, da che parte devo entraaare, cosc’è questa scritta qui STAND, mo dimmi tu dove devo mettermi, socc’ ‘ , per poi rimanere chiuse fuori, maiali sui tacchi senza pedegree, ma in fondo vero cliente di tutto questo business circense.

Alla fine, stremata, con la caviglia gonfia e un inizio di artrite, allungo di nuovo con mano tremante - non più per l’emozione ma per lo sfinimento – il mio invito azzurro perlato Standing e passo, analizzata dallo scanner della retroguardia, per ritrovarmi nel buio dell’evento.

Caos, piccole figure nere che corrono attorno a quello che sembra il retro di un mini-stadio, musica che rimbomba nello stomaco ad un volume da Riccione. E’ già iniziata? Dove devo andare? Riesco ad arrampicarmi sul mini-stadio, cercando di non perdere l’aplomb, e lì finalmente la vedo in tutto il suo bagliore bianco d’uovo: la passerella. Già le modelle sfilano, anzi fanno jogging ad un ritmo forsennato su quei tacchi inverosimili. Mica rimarrò in piedi dopo tutta ‘sta fatica? Individuo un posto a sedere vuoto che stranamente nessuno tra la folla degli standing reclama, forse perchè sopra c’è un biglietto con nome e cognome. Io, strategica, ritiro fuori l’aria ‘sono altrove’ e chiedo – già con la gamba a cavalcioni – in inglese britannico ‘May I sit here?’. Un maiale coi tacchi americano mi risponde ‘Of course darling’. Ed eccomi qua, seduta, ok non proprio front row, ma con visuale perfetta, a godermi le ultime – ma proprio ultime - Pucciate di Christian Lacroix. Le modelle pare siano tornate anoressiche (ma non erano state bandite?) e terribilmente pallide ed emaciate, con le anche in retroversione che avanzano precedendo il resto del corpo, cavalcando questa musica martellante, talmente veloci che i vestiti non riesci nemmeno ad afferrarli, e.... Stop. Applausi. Musica finita. Lacroix si affaccia e si inchina in meno di un secondo, per sparire dietro un cartongesso bianco. Fine. Fine? Ma quanto è durata? Dieci minuti? Tutto intorno inizia il fuggi fuggi verso gli appuntamenti successivi, e, in meno di un minuto, mi ritrovo sola sul mini-stadio bianco, col taccuino degli appunti Moleskine appoggiato sulle ginocchia, vuoto. Mi alzo, mi trascino all’uscita, rimetto l’occhialone da Anna Wintour, un fotografo si inginocchia e mi urla ‘Foto, foto, da questa parte!!’, io non so se ridergli in faccia, posare fingendomi un’esperta di red carpet o fuggire. Scelgo la terza, mentre sento il flash che mi illumina il fianco, e grido ‘Taxiiii’, ho fretta, molta fretta, di andare a casa.

 
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