| "Cerini da Viaggio è un motore alimentato dal propellente della creatività e messo in moto dalla comunità solidale di tutti gli ingegni impazienti. Genera conoscenza connessioni incontri, alimenta passioni, traduce sogni in scintille e non danneggia l'ozono!" |
Che viaggiatore sei? All Inclusive o All Exclusive?
Da sintomi forti e chiari IO appartengo alla seconda categoria, fin dalle origini: ultimo villaggio Valtur con la mamma a 13 anni (che disse ‘Mai più in viaggio con te, non ti vedo mai, stronza’, solo perchè mi ero innamorata a turno del maestro di tennis, dell’animatore scemo del Mini-Club e del capo-animatore colto e maturo da Poggibonsi, scalando sentimentalmente la gerarchia del villaggio), InteRail a 16, mai entrata in un’ agenzia di viaggi e - dall’ era Internet - mai usato pacchetti Expedia e Travelprice, giuro, intendo quelli volo+albergo+macchina+ristorante+abbonamento mezzi pubblici urbani ed extra-urbani+guida locale.
Se sei un All Exclusive Compulsivo come me, nel Web frequenti invece luoghi estremamente selettivi, spesso anglosassoni, come:


Il Dolce Peso della Redenzione di Ambrogio
Ragazzi rana di Rusty James
Questa è la storia di Nicole e delle sue piccole contrarietà quotidiane.
Questa è la storia di una donna inquieta e inquietante.
Questa è una storia che si potrebbe anche ignorare.
Certezze un racconto di Beppe Baldi
E chi l’avrebbe immaginato, anche solo qualche anno fa, che si stava per prospettare un futuro così esaltante per il tanto esanime cinema?
Chi avrebbe mai pensato, non tanto che l’era VHS con la sua bassa qualità, i suoi drop, i suoi alti costi di produzione, i suoi svolgi e riavvolgi terminasse, quanto che la competenza del pubblico divenisse tale da esigere qualità video, correttezza del formato di ripresa, contenuti extra, bibliografie…. Ma quando mai lo spettatore ha saputo di Cinemascope, di 1:1.85, di telecinema? Quando – soprattutto in Italia – ha preferito l’audio originale al sempre più mediocre doppiaggio italiota? Ora tutto questo è la quotidianità. Anzi è successo ben altro, per la prima volta nella storia del cinema, il fatturato dell’Home Video ha superato gli incassi di sala. Certamente per i cinefili questa non è una buona notizia, per mille motivi… se si produce un film per la sala (come grande schermo e come pubblico) lo si pensa diverso che per la Tv (cambiano le storie, le inquadrature, la recitazione ecc), ma è indubbio che ci siano degli aspetti senz’altro positivi nell’affermazione del Dvd. In primis è finanziariamente divenuto possibile restaurare film del passato facendoli tornare a degli splendori mai visti neppure al cinema. Occorre un distinguo: con Restauro si intende il ripristino del negativo originale in pellicola 35mm, procedimento costoso, lungo, fatto con acidi ed emulsioni, ma che permette al film di essere ristampato e di poter tornare di nuovo in sala (vedi Cineteca di Bologna, Cineteca del Friuli e Centro Sperimentale di Roma). Con Restoration si intende invece un ripristino digitale, ossia l’eliminazione delle spuntinature, degli artefatti visivi unicamente sul supporto video digitale. Ossia il negativo di un film viene digitalizzato tramite Telecinema (spesso in formato HD 1920x1080 ), vengono corrette luci, cromatismi, colori (Color Correction) e poi tramite computer e sofisticati software viene rimossa la “sporcizia” clonando parte del fotogramma successivo o precedente (vedi LVR e Cinecittà di Roma), quello che ne esce è il film che sarà compresso (Authoring), masterizzato e distribuito su supporto Dvd.

Spesso mi è capitato di curare la regia dei contenuti extra di dvd restaurati, in particolare il listino della Cristaldi Film, film prodotti da Franco Cristaldi dagli anni ’60 ai ’90 rieditati da 20Th Century Fox e da ArtechVideoRecord. Tra alcuni titoli “Divorzio all’italiana”, “Sedotta e abbandonata”, “Kapò”, “Salvatore Giuliano”, “Nuovo cinema Paradiso”, “Le notti bianche”, “Senso”… e quando le persone da intervistare sono monumenti di storia del cinema, registi come Rosi e Pontecorvo, attrici come Stefania Sandrelli, sceneggiatori come Suso Cecchi d’Amico e Ennio de Concini, direttori della fotografia come Peppino Rotunno o costumisti come Piero Tosi il lavoro diventa davvero interessante…
Introduzione
Quando, nel settembre del 2003, ho iniziato da Milano il mio viaggio attraverso il territorio balcanico, non avrei mai sospettato di andare incontro ad emozioni così diverse. Forte di milioni di immagini di film, di stereotipi ben saldi e di uno studio abbastanza approfondito sulla guerra, mi vedevo già immerso nel mio ruolo di osservatore distaccato del conflitto. Neanche lontanamente potevo immaginare che la mia corazza di inchiostro e fotogrammi si sarebbe sciolta di lì a poco, lasciandomi in balia di sensazioni mai provate prima. Ero cosciente che la visione dei postumi di una guerra mi avrebbe reso inquieto, non avendo mai vissuto in prima persona una tale esperienza. Non mi aspettavo però di rimanere stupito e completamente inerme di fronte a uno spettacolo di tale portata. Uno spettacolo “nero” e carnevalesco, ecco come mi è apparso il dopoguerra slavo; una farsa in cui antagonisti e protagonisti si scambiano rispettivamente i ruoli, lasciando dominare su tutto un forte senso di precarietà. Non si hanno vincitori né vinti e neanche buoni o cattivi, come succede quasi sempre nelle guerre, ma soprattutto manca l’unico elemento fondamentale per qualsiasi studio critico: il perché.
Dopo centinaia di chilometri percorsi su una Passat cigolante e una buona dose di interviste nelle mani, non sono riuscito a capire il vero motivo del conflitto. Un bel giorno una nazione multietnica e multireligiosa si sveglia, e decide di implodere. Popolazioni vissute per secoli fianco a fianco, condividendo la stessa terra e le stesse tradizioni; in un attimo trovarsi fratello contro fratello, imbracciare armi e trucidarsi senza pietà. Senza una vera motivazione di base, sia essa religiosa, politica o economica, una ragione che possa spiegare con forza i crimini commessi. Tante le teorie che cercano di spiegare perché il calderone Jugoslavia sia esploso, molte le ho riportate qui dentro, nessuna mi ha soddisfatto pienamente. In mio soccorso, allora, sono ritornate le mie amate immagini dei film, da Manchevski a Paskaljevic, riviste però in veste nuova, sotto una nuova luce e dense di ben altri significati. Stranamente le sequenze più ermetiche e oniriche, al ritorno dal viaggio, erano diventate quelle con più significato, quelle che riuscivano appieno a testimoniare l’insensato orrore perpetratosi oltre il confine italiano.
Ho capito che il mio studio non doveva soffermarsi sul cercare un senso ai vari film, trovare una logica alle sequenze e alle trame ideate dai vari registi e sceneggiatori balcanici; mi sono lasciato trasportare, assecondando le loro opere e mettendo in risalto la loro bellezza e incompiutezza. Se un fenomeno non ha spiegazione, mi sono detto, è inutile fornirne una di seconda mano; se la realtà è inconcludente, tutto ciò che posso fare è evidenziare questa precarietà di senso, accentuarne i punti interrogativi, colorarla di tinte scure e forti. Scrivendo ho attinto a piene mani dagli stati d’animo vissuti durante l’esperienza: ho associato l’ironia amara dei tassisti di Sarajevo alle considerazioni su Angelopoulos, l’impossibilità di scattare foto per disgusto (quando la reflex ti impedisce di schiacciare il tasto) al commento su Winterbottom, le risate per le barzellette metà in italiano e metà in tedesco alla spensieratezza zigana di Kusturica, ed ancora il senso di inquietudine, l’amarezza, la paura, tutte le emozioni appena rintracciabili lungo le pagine di questo lavoro.
Ah, ieri ho visto una scritta su un muro di Milano: HO BISOGNO DI UNA CASA PER POTER GIRARE IL MONDO e ho pensato che questa è la casa degli Ingegni Impazienti.

Deve trattarsi di una "disarmonia". In tutta la città trapela qualcosa, tutti sostengono di aver letto o sentito "disarmonia", alcuni ci avevano pensato

Nessuno riesce più a parlare distintamente sotto il vetro ammonticchiato; tutto ciò che si dice sgorga dagli angoli della bocca, quasi incomprensibile, del resto nessuno vuole più parlare, solo dire qualcosa così per dire, tanto agli angolidella bocca scappa tutto via, tutto doppio.

Le donne nella carta oleata suscitano compassione, alcune hanno il permesso di uscire dalla carta e di sedersi sull¹erba coi vestiti bisunti.

i ciclisti perdono il controllo, scivolano velocissimi verso di te, non si può neanche impedire

poi nell'ombra del silenzio, c'è una croce davanti, non è troppo lontano, ma neanche tanto vicino

Il collasso è indolore sotto l'albero.

Un secolo che neanche qui rifiuta di mostrarsi viene sfidato alla lotta.

Poi bisogna togliere la vernice dalla macchina, la cosa va per le spicce, la vernice viene via a strisce come cera fredda, poi bisogna bussare tre volte sul metallo, picchiare una volta col piede sul pneumatico, poi si riceve un marco, va gettato a terra, testa o aquila.
c'è, c'è proprio, è sopravvenuto, è abbandonato a se stesso, è ora e già da tempo, è un indirizzo permanente, è da morire, viene soppraviene e risulta, è qualcosa Berlino
INGERBORG BACHMANN, Luogo eventuale, SE, 1992
NOTA: il libro non l’avevo portato con me, a luglio a Berlino, l’avevo letto almeno dieci anni fa, ma mi saliva alla gola mentre attraversavo la città e inghiottivo immagini. Non fate come me, se andate, portatelo.
Ludovico lo guarda negli occhi. Lentamente svita il tappo della Madonna di Lourdes, beve a canna tutto il contenuto.
"Avevi ragione. L'acqua è miracolosa. Ci voleva. Quanto fa? Grazie. Ci vediamo".
Anestesia un racconto di Alessia Todeschini
di Donatella Massara
Ciao sono Donatella quelle e quelli che frequentano Ombre elettriche mi conoscono, Chicca mi ha presentato come l’esperta di regia femminile. Ma non è del tutto vero. Gli appuntamenti del giovedì alla Macchina dei Sogni nelle mie intenzioni vorrebbero favorire il progetto: per una maggiore conoscenza del mondo della regia femminile. La storia della relazione che ho con il cinema inizia ben da prima di quando individuai il piacere (alcune dicono anche: la fortuna) dell’avere a mente i segni femminili. Questa storia non ve la racconto, adesso, non è detto che non ci ritorni. Allora vi parlerò delle fotografie, di Esther Williams, di Greta Garbo e di com’era bella mia madre, a cui non assomiglio. Qui parliamo invece dell’Associazione Lucrezia Marinelli. Lei era una filosofa del XVII e quel nome lo trovò la sottoscritta. Ne vado orgogliosa perché le ragazze dell’associazione si sono comportate molto bene in questi anni. Nata nel 1990 l’Associazione Lucrezia Marinelli è un’archivioteca della regia femminile con più di 1000 dvd e videocassette collezionate senza ricevere una lira né, oggi, un euro dalle istituzioni preposte alla diffusione e promozione di cultura in Italia. Organizza ogni anno a Sesto san Giovanni una rassegna di cinema femminile con molto pubblico. Presieduta da quella pioniera della ricerca sul cinema femminile che è Nilde Vinci, l’associazione conta dalle origini la presenza di Laura Modini autrice del primo catalogo delle registe L’Occhio delle donne, di Silvana Ferrari, autrice di bellissime recensioni di letteratura femminile sul sito di Oltreluna e di Zina Borgini, artista, le altre arrivate dopo la fondazione sono Giuliana Borgonovo, artista, e sua sorella Paola Borgonovo che è la prima nonna del gruppo benché sia anche la più giovane. Poi ci sono io che non faccio direttamente parte dell’Associazione affianco, curo, seguo, sorveglio e soprattutto condivido con loro l’amore per il cinema e lunghe visioni di film. Fanno testo le mie recensioni se andate al sito che ho creato e di cui mi occupo: Donne e conoscenza storica.
Spero di vedervi al Circolo della Rosa dove proietteremo film di registe nella rassegna "Di Madre in Figlia". Se volete potrete anche cenare al buffet ottimo che segue, di solito, alla visione del film. Il Circolo della Rosa è un circolo privato, è una continuazione della Libreria delle Donne in via P.Calvi 29, a Milano. L’ingresso è riservato a socie e soci.
Ai Macchinisti della MACCHINA DEI SOGNI, comunque, saranno garantiti da me e così le loro compagne e compagni.
A presto D.M.
di Elena Flauto
La prima impressione, in sala cinematografica è stata: è un film sullo sguardo, l’essere visti e il guardare. Tom è uno che vede e anche la piccola Dakota presto impara ad osservare. L’occhio è il protagonista negli insistenti primi piani, e tutto si riflette nello sguardo di Cruise. Quale soddisfazione quindi nel sentire Tim Robbins declamare: “La sopravvivenza è nel tenere gli occhi aperti e nel continuare a fissare”.
Poi il susseguirsi di citazioni cinematografiche: Incontri ravvicinati, i primi fulmini che cadono vicino alle case.
Schindler List, durante l’esodo notturno dei cittadini verso il fiume, Dakota/Rachel, osserva dal finestrino dell’auto una bambina vestita di rosso, di fianco alla quale cammina un cavallo con sovraimpresso un numero come quello dei campi di concentramento.
Salvate il soldato Ryan, nella la battaglia sulla collina, quando Robbie si stacca dal padre Ray .
E.T. quando nel sottoscala Rachel osserva gli Alieni, come E.T. osservava dalla fessura dell’armadio i terrestri. E, sublime, gli alieni toccano la ruota di una bici e la fanno cadere.
Lo splendido A.I. capovolto, nelle gabbie di ferro che racchiudono gli umani, pasto per gli Alieni.
E poi l’attacco all’auto mi ha ricordato Zombie di Romero, La scelta di Sophie è riemersa nella decisione di Ray di lasciare il figlio per salvare Rachel, Il Titanic nell’affondo del traghetto, e persino Via col Vento nell’orizzonte infuocato e nelle figure in controluce e Uccelli di Hitchcock. Parte dell’immaginario collettivo cinematografico sono: il fiume nel quale scorrono i cadaveri, il treno veloce e infuocato, l’happy end.
Insomma alla fine ne ero certa: I TRIPODI non sono altro che il cavalletto che sorregge una cinepresa!!! Bene ed ora ecco cosa ho osservato dal DVD!!!
Tutto quello che succede di più grave, viene visto attraverso degli schermi: i primi fulmini sono visti riflessi nella finestra, il primo uomo disintegrato è inquadrato dal display di un minicamera caduta a terra, la morte del meccanico è osservato dallo specchietto retrovisore dell’auto, l’attacco in casa della madre è vissuto attraverso una finestra 16/9 come quella dello scantinato di Tim Robbins, dove Rachel osserva gli Alieni attraverso delle garze bianche appese. E mentre all’inizio la figura di Ray si riflette nel monitor di un televisore, l’occhio riflettente del braccio del Tripode viene riflesso da uno specchio. Ed è rompendo superfici di vetro che si manifesta ogni violenza, con straordinarie inquadrature di buchi, quali ottiche, attraverso vetri, che mettono a fuoco una madre con bambino, quindi Ray e poi Rachel. Allora perché non pensare che Ray Ferrier sia il traghettatore tra il mondo vero e quello di Hollywood? E’ con noi quando, sempre al buio osserva lo schermo luminoso della finestra, al di là della quale agisce l’orrore, o quando guida l’auto al riparo ai finestrini schermo. Robby per calmare la sorella seduta in auto come su di una poltrona cinematografica, le dice: “Nel tuo spazio non può succederti niente”. Ray è sempre con noi quando apprende come avviene l’invasione attraverso i monitor di un pullman regia, o si ripara con i figli al di là di una vetrata di un fast food; ma è costretto a diventare protagonista dell’azione, ad entrare nel film, ogni volta che si infrange un vetro. E che dire dei tripodi su lunghi cavalletti con cavi, e con enormi occhi simili ai fari di luce del set. Gli Alieni arrivano dentro capsule come le pizze cinematografiche e ci usano da fertilizzante, come gli sceneggiatori per le loro storie. I genitori della ex moglie di Ray sono i due protagonisti del primo film ispirato alla Guerra dei Mondi, negli anni ’50. Appaiono aprendo una seconda volta la porta di casa, come su un proscenio, pettinati e perfetti per dirci ‘ That’s Hollywood’.
Infine ecco il DVD con i contenuti speciali… e che dice subito Spielberg in un’intervista? “Hollywood ha invaso il Mondo?” GENIALE!!!
In tutta la blogsfera, che sarà uno degli argomenti principe di questa rubrica, consiglio innanzitutto la lettura di Gokachu.
Gokachu possiede il grande dono della sintesi che si affianca ad un tipo di "intelletualismo" che non è mai fine a se stesso. Ha un occhio davvero attento e molto raffinato e per sua dichiarazione: "adora essere commosso dai movimenti di macchina". Di lui adoro, e non sono la sola, la rubrica "il film che pare interessante della settimana", i consigli sulle uscite dei fumetti da seguire ad occhi chiusi e la grande capacità di coinvolgere i suoi lettori (i commenti sono davvero da non perdere). Eppure di lui sappiamo ben poco: è di Pisa, ama le fotografie volutamente mosse e colorate scattatte ai concerti, è un fine conoscitore della poetica di Kim Ki Duk (anche se è rimasto molto deluso da L'Arco), è molto attento all'attualità, legge manga e segue le anime, ma sopratutto guarda una tonnellata di cinema.
Non so cosa vogliate vedere voi, ma io cercherò di proporre cose che ho visto io. E magari quello che ho visto io piace anche a voi. Discorso senza senso? Può darsi, ma così è. Mostre, eventi e luoghi d’arte conosciuti o meno. Ecco quello che, nel tempo, vi sarà proposto. Sono spunti e qualche indicazione, ma di cose da scoprire ce n’è molte, quindi scarpe da ginnastica ai piedi e buona volontà in spalla che si inizia!
Keith Haring, con la sua attività che ha abbracciato poco più di un decennio, è riuscito a farsi conoscere in tutto il mondo. La sua arte non va fraintesa: le figure che ormai tutti riconoscono come sue, nonostante i colori brillanti e l’apparente linguaggio “da fumetto”, nascondono riflessioni profonde sul mondo, sull’uomo e sull’arte stessa. L’opera artistica ha un valore supremo: è veicolo di messaggi per l’umanità e l’artista è un medium, uno strumento che permette la trasmissione di tali messaggi. Oltre a temi sicuramente allegri, come per esempio l’amore (in tutte le sue declinazioni), oppure, semplicemente, la gioia di vivere, Haring affronta anche, e soprattutto, questioni di scottante attualità: smaschera l’ipocrisia degli WASP (White Anglo-Saxon Protestant) newyorkesi e denuncia la discriminazione razziale; combatte, anche attivamente, contro la sperimentazione nucleare; avverte sui pericoli di un progresso tecnologico, inevitabile e dal quale non si può più prescindere negli anni ’80, che, se gestito male, può portare all’annullamento della personalità (le macchine che pensano per l’uomo); esplicita lo strapotere dei mass-media e di ogni altra forma di sopraffazione psicologica contro la libertà umana (non ultima la religione, sempre connotata da simboli cristiani); affronta e intraprende una dura battaglia contro il consumo delle droghe, a causa delle quali molti suoi amici moriranno giovani (come Jean-Michel Basquiat al quale dedica una grande tela). Tutto questo bagaglio di disvelamenti delle brutture del mondo è comunicato da un linguaggio di immediata decodificazione: i simboli che Haring crea sono delle vere e proprie icone, il suo è un vocabolario di ideogrammi: i suoi lavori viaggiano in tutto il mondo e segni della sua presenza si possono ritrovare ovunque. Dai muri di New York, al muro di Berlino, alle strade del Giappone, fino alla sua ultima opera pubblica, “Tuttomondo”, sul fianco del monastero di Sant’Antonio a Pisa, i suoi geroglifici hanno occupato ogni spazio disponibile. E non solo murales, ma anche oggetti di ogni tipo, come grandi vasi decorati alla maniera dei vasi “a figure” rosse dell’antica Grecia, fino all’apertura del Pop Shop, che vende e riproduce le sue creazioni, secondo quel principio dell’arte “all-over” che deve essere accessibile a tutti, arrivare dappertutto ed essere comprensibile a chiunque. I dieci anni che abbracciano la totalità degli anni ’80 vedono sorgere questa stella, ma la vedono anche spegnersi: senza poter giungere a una fase “matura” della sua ricerca artistica, Haring muore di AIDS il 16 febbraio 1990, a soli 31 anni. Era, però consapevole che la sua opera gli sarebbe sopravvissuta, e quasi ad assicurarsi un posto nella storia, e non solo nella storia dell’arte, fonda, nel 1989, la Keith Haring Foundation, che si occupa ancora oggi dei problemi dei bambini nel mondo e della lotta contro l’AIDS.
"Gran parte della bruttura di questo mondo viene dal fatto che della gente che è diversa, permette che altra gente la consideri uguale" Maude da "Harold e Maude" di Hal Ashby, 1972
Mai visto una sfilata prima, se non considero le mie due esperienze di modella sedicenne con gamba lunga e ginocchio valgo nel profondo Nord (ricompensa media: un maglione della Seventy). Ma quelle vere, con le modelle vere, i flash, l’aria satura di glamour, il designer che appare di sfuggita finto-schivo, quelle mai. Nel mio ruolo di intrufolata speciale per un magazine inglese (quanto suona figo), durante il Milan Fashion Week per la Primavera-Estate 2006, ho potuto finalmente assaporare l’esperienza ben cinque volte. Non è stata proprio una cosa seria, perchè i report li scriveva ogni notte la vera Fashion Editor, che di esperienze se ne è beccate una cinquantina. Io ho piuttosto raccattato qualche invito per la stampa ‘spare’, rimasto casualmente libero. Così ho imparato un pò di cose, che renderanno la mia esistenza più consapevole.
Prima di tutto, alle sfilate non si deve arrivare puntuali e bisogna saper adattare il proprio look e mood all’evento e...a se stessi. Per la mia prima volta, in un grigio, umido, pallido martedì mattina quasi autunnale, inizio il rituale preparatorio all’alba per uno show delle 11:00, tutta agitata, timorosa di commettere passi falsi sul terreno look&mood. Elaboro una strategia molto intelligente: la cosa migliore è fare la distaccata, simil-navigata, non me ne frega tanto-tanto. Quindi: mise tra l’understatement e il fashionistas (attenzione: non si dice più fashion victim), no trucco, occhialone alla Anna Wintour (direttrice di Vogue America detta Boa Constrictor), taxi, aria ‘sono altrove’, finto professionale. Purtroppo non ho previsto l’elemento tempo, fondamentale: alle 11:00 am precise precise mi ritrovo di fronte ai men in black/buttafuori di Pucci (che poi ho scoperto essere sempre gli stessi dappertutto, forse sono dipendenti comunali). Sola, o quasi. Sfoggiando la mia aria ‘sono altrove’ esibisco l’invito azzurro perlato e in cambio ricevo la prima umiliazione.
NARRATORI DI STORIE
I racconti dei macchinisti della Macchina dei Sogni
OMBRE ELETTRICHE
Saggi e recensioni dei macchinisti della Macchina dei Sogni


