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Celeb-voyeurismo dilagante e caduta delle Dee del Pop. Tutta colpa di Andy Wharol?

C’éra una volta OGGI. La rivista.
In casa mia non entrava, era Satana, ma la nonna che leggeva solo best-sellers era abbonata.
La domenica pomeriggio, sprofondata nei suoi divanoni in broccato grigio perla, la sfogliavo avida e timorosa. Oggetto anomalo, pericoloso, esotico. Pieno di Stephanie di Monaco in costume olimpionico cangiante-coleottero, languide Ornelle Muti, rivelazioni dalla zia del salumiere di Celentano, indiscrezioni dal parrucchiere di Carrà e Japino. Intorno a me, gli ultimi anni ‘70. La curiosità per le ‘celebrità’ era a suo modo selettiva e relegata a pochi spazi. Poche celebrità in poco spazio. Un’eco delle star hollywoodiane incorniciate in carta patinata, mescolata ai nostri IP (per ora solo Important People) locali, immortalati in foto sgranate, sfocate, dai colori iperreali, con sottotitoli in grassetto, ma leggermente timidi.
Il nostro piccolo nascente gossip italico era casereccio, pecoreccio, provinciale al punto giusto, nato per soddisfare la casalinga di Abbiategrasso (ebbasta con Voghera), la tabaccaia pisana, la nobildonna romana.
Poi, lentamente e inesorabilmente, siamo stati accerchiati dal potente gossip anglosassone.
Da un lato il potere seduttivo delle icone hollywoodiane, dall’altro la radicatissima tradizione del gossip&scoop britannico - quello dei tabloid in stile The Sun - e americano, in stile New York Post.
E via con Novella 2000, Gente, Chi... 
Anni di mezzo, in cui gli ormai VIP, cresciuti ma ancora in numero finito, erano spiati e raccontati in spazi definiti, arginati in settimanali da sala d’aspetto o in qualche angolo della TV di Stato.
Poi venne Mediaset. La TV commerciale gettò le sue fondamenta sul ‘rumor’ italico e su un target potenziale di idioti davvero succulento, infarcendo i programmi – tra uno spot e l’altro – di starlette tettute, creature fantastiche progettate da misogini brianzoli, di cui Lory del Santo, grande ripescata del momento, ha rappresentato un modello ineguagliato. Da allora il magma del gossip italico è cresciuto febbrilmente (si sa, c’è un piccolo idiota in ognuno di noi), fagocitando canali, cavalcando i mass media, e seguendo il mega-trend del gossip anglosassone globale. Ogni interstizio-media, di qualsiasi orientamento/appartenenza/lobby, è stato sommerso dal magma del gossip.
Rumoroso.
Pensate al magazine-da-pochette Glamour (Condé Nast, nato negli US nel 1939), versione italiana, cinque anni fa: target femminile 16-35, molta moda, molta cosmesi, dritte sui drammi post-adolescenziali. Stop. All’epoca nasceva il fratello inglese, sprizzando gossip da ogni pagina.
Pensate al Glamour italiano oggi: sprizza gossip da ogni pagina, pur conservando una sua identità locale. La versione online, aggiornata ogni minuto, è una versione fighetta di un tabloid inglese o di E!, canale satellitare 100% dedicato al pettegolezzo. 
Il celeb-voyeurismo ha invaso tutti i mass-media: dalla TV, ai magazine, al Web, imponendosi prepotentemente anche nelle strategie di marketing di prodotti di cosmesi e moda: finita l’ era delle modelle senza nome, oggi le testimonial di profumi e abiti sono i volti noti di attrici, cantanti o modelle-con nome. Unica differenza la qualità delle immagini e la grafica sofisticata.
Anche i nostri quotidiani storici, versione carta e soprattutto online, sono costretti ad aprire angoli per celeb-voyeur morbosi (si sa, c’è un celeb-voyeur in ognuno di noi).
In TV anche in Italia siamo all’apoteosi: ‘La vita in diretta’ sfrucuglia per ore nella vita ‘privata’ di cani e porci (ma chi è ‘sta gente?). Il Cucuzza si è dolorosamente convertito al giornalismo pettegolo e sguazza per pomeriggi interi nel gossip italico in formato overdose, passando da un collegamento con la Contessa De Blanc ad uno con l’assassino del piccolo Tommaso.
I Reality Show, comunemente detti ‘i rialiti’ - domanda abbastanza frequente nel brodo primordiale del gossip: ‘Faresti un rialiti?’, risposta abbastanza frequente: ‘Beh, preferirei condurlo..’ – creano i loro VIP usa e getta, da sfruttare (?) per una stagione o riciclare in quella successiva. Alcuni sopravvivono. Molti rialiti – anche qui la maggiorparte sono format anglosassoni importati – sono basati proprio sul riciclo, cosa ammirevole in tempi di sviluppo sostenibile. Ripescano infatti creature mostruose sul viale del tramonto mediatico, con dinamiche piuttosto simili alla gerontopolitica.
Un format italianissimo come ‘Quelli che il Calcio’, nato intelligentemente con Fabiazio come contaminazione tra sport e personaggi dello spettacolo improvvisati cronisti, si sta trasformando gradualmente in mano alla Ventura nell’ennesima vetrina per shampiste. 
Siamo tutti famosi.
Siamo tutte portinaie.
Siamo tutte veline (ma l’ha detto davvero, Eco?).
Siamo tutti compulsivamente curiosi di indagare le vite di star, starlette, vip, semi-vip, ip, sfigati-resi-visibili di turno. Cosa mangiano, come dormono, che spazzolino da denti usano, in quale urban spa si rilassano.
Facciamo shopping con i vip. Sul magazine ‘Instyle’ ogni promozione, dal cosmetico al sandalo, è legata ad un personaggio. Lo scrub marino usato da Keira Knightley, il piegaciglia di Angelina Jolie, il tanga di Halle Berry, il profilattico preferito da George Clooney, lo shampoo riflessante di Sabrina Ferilli.
E’ la caduta delle Dee del Pop.
Siamo passati dalla fascinazione per immagini lontane, icone di stile, avvolte dall’aura magica del bianco e nero, della distanza noi-Loro, alla fama accessibile, all’annullamento della distanza. Noi siamo Loro. Il gossip, complici i new-media, ha reso vicine le Dee del Pop: da Audrey Hepburn a Katia del Grande Fratello.
C’èra una volta Andy Wharol.
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